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Scritta un’altra pagina di verità

Mesi fa dissi che non mi sarei arreso.
Ho mantenuto la promessa e oggi torno a scrivere sul mio blog per raccontare una notizia che scrive un’altra pagina di verità. Per la terza volta, un Giudice Amministrativo ha cassato la mia estromissione dal mondo arbitrale decisa unilateralmente un anno fa. Un provvedimento contro il quale inaugurai questo blog con un interrogativo: “Perché”.
Ebbene la risposta è arrivata. Basta leggere l’ordinanza (N.03891/2009 Reg. Ord. Sosp.) emessa dalla III sezione ter del Tar Lazio (presidente Italo Riggio, relatore Giulia Ferrari) per trovare qualche risposta. Anzi, a dire il vero, più di una risposta.
Ma è la realtà. E così i Giudici Amministrativi hanno giudicato doppiamente illegittimo (nonché illogico) il provvedimento emesso nei miei confronti, ordinandone la sospensione.
Ricordo che il 4 luglio del 2008 l’AIA decise la mia estromissione per motivi tecnici. Inizialmente senza neppure una proposta dell’Organo Tecnico. Successivamente dopo il pronunciamento del Tar e del Consiglio di Stato è arrivato il tanto… atteso parere del Designatore, cioè l’Organo Tecnico. Ebbene, il succo di quel provvedimento/proposta era che, non avendo io arbitrato per un anno (a causa di una sospensione cautelativa emessa dalla stessa Associazione Italiana Arbitri, perché colpito da un avviso di conclusione indagini da parte della Procura di Napoli che immediatamente dopo ha, al contrario di altri miei colleghi, prima stralciato e poi definitivamente archiviato la mia posizione), non ero più in grado di arbitrare. Fine delle trasmissioni.
Adesso, dopo che la Camera di conciliazione del Coni ha rimesso nuovamente tutto nelle mani del Tar, sono gli stessi giudici a demolire – questa volta sì tecnicamente – quel provvedimento.
Dicevo (anzi dicono, i giudici) che l’illegittimità deriva dal fatto che non è possibile ritenere un arbitro non più “idoneo” per il sol fatto di essere stato fermo per un anno. Non solo, dice il Tar, perché la norma sull’avvicendamento prevede una valutazione sul rendimento degli anni precedenti (sempre nei primissimi posti in graduatoria), ma anche perché detto organo (cioè il disegnatore) “arbitrariamente trascura i limiti che alle sue valutazioni – si legge nell’ordinanza del Tar – derivano dalla normativa sovra ordinata e comunque adotta, SENZA AVERNE IL POTERE, un criterio selettivo palesemente illogico…”.
A fronte di questo nuovo provvedimento del Giudice Amministrativo che, sospende la mia estromissione dal campo di gioco, e ribadisce ulteriormente l’illegittimità di un provvedimento palesemente a me ostile, oggi stesso comunicherò agli Organi sportivi competenti la mia immediata disponibilità a tornare, dopo la prevista fase di preparazione, in campo con la dignità e la correttezza che mai, comunque, nessuno ha messo in discussione. Sono fiducioso che il nuovo corso che sta vivendo l’Associazione Italiana Arbitri e la FIGC non consentirà che nuovi provvedimenti illegittimi si susseguano per giustificare una estromissione, che per usare il temine contenuto nell’odierna ordinanza, risulta ILLOGICA.
Ah, un’ultima cosa. Qualcuno ha detto che “Paparesta ormai fa altro”, con ciò alludendo al mio ruolo di assessore al Sud, al Marketing Territoriale, al Piano Strategico e ai Rapporti Internazionali, nella Giunta del Comune di Bari.
Un ruolo che assolvo con entusiasmo, perché sono al servizio della mia città. Di quella città in cui l’unico sistema è quello della trasparenza, lo stesso che sono certo caratterizzerà il nuovo corso dell’AIA.
Tornerò ad arbitrare? Lo sto chiedendo alla nuova Associazione Italiana Arbitri, alla FIGC ed al CONI, cui spetta il compito di vigilare.
Aspetto fiducioso!!!
Gianluca
Il vetro opaco del… Palazzo

Era ora. Dopo un lungo torpore, qualcuno si è risvegliato. Chi pensava che qualche organo di stampa non fosse stato poi così attento al moto di opinione di questi giorni, si sbagliava.
Non importa come abbia deciso di “rialzarsi” rispettando il tradizionale rituale del contenuto come al solito… filo istituzionale. Non importa il senso di quello che ha scritto (o meglio non ha scritto). Quel che importa è che i vetri del palazzo siano stati spolverati sia pure per poco tempo perchè sono subito ritornati coperti dal velo scuro di sempre.
E’ curioso che taluni (?) giornalisti ritengano ormai desuete alcune intercettazioni del caso Calciopoli preoccupandosi di difendere quello che milioni di persone hanno ascoltato in questi giorni – attraverso trasmissioni “non di parte” – provando grande indignazione. Ne sono una testimonianza indiscutibile gli oltre 5mila messaggi arrivati in poche ore sul mio profilo di Facebook: quel popolo di utenti del mondo sportivo che desiderano ascoltare o leggere notizie, non sermoni per pochi “amici” (spero non “suggeriti”).
Chi si è prodigato oggi nello scrivere cose ormai da lui stesso ritenute “superate” (e che mi ha corteggiato per avere una intervista esclusiva mai concessa, meno male), probabilmente ha dimenticato di dire che tra quelle intercettazioni vecchie, ce n’era una che nessuno ha mai letto o ascoltato e che – nonostante fosse inedita – è stata puntualmente taciuta da chi oggi pensa di sedere sul trono della… trasparenza.
Probabilmente non scopriamo l’acqua calda: la parola d’ordine, in queste circostanze, è non disturbare il manovratore. Soprattutto se il manovratore è qualcuno che ambisce a incarichi autorevoli nel mondo del calcio con il quale, probabilmente, si intende mantenere buoni rapporti. Chissà perchè.
Un’ultima cosa. Tra le telefonate “inedite” ce n’è una in cui viene definito “un cog…..” lo stesso autore dell’articolo… e che, però, oggi pare esclusivamente preoccupato di difendere il solito sistema. Ma questa è solo una coincidenza.
Gianluca
Sì al fischietto… No al bavaglio…

In queste ore fa discutere la circolare emessa dal presidente AIA, Nicchi, sul divieto agli arbitri di fare dichiarazioni anche a mezzo e-mail o propri siti internet, di partecipare a gruppi di discussione (Facebook) mailing list, forum, blog o simili.
Bene fa il presidente a ricordare quella che è una regola già esistente – art. 40 comma 4, lettera d) Regolamento AIA -, di cui tutti quanti siamo a conoscenza, ma che riguarda esclusivamente “gare dirette o incarichi espletati”.
Nè è pensabile che tale circolare, diffusa – ma sarà solo una coincidenza – a poche settimane dalla pubblicazione on line del mio blog e del mio profilo su Facebook (circa 3mila amici, tra cui tanti giovani arbitri), rappresenti una privazione di una libertà costituzionalmente protetta.
Non sta a me ricordare infatti le regole dettate dall’art. 21 della Costituzione che, da 61 anni a questa parte è l’essenza della nostra democrazia, e che comunque per ogni buon conto riporto: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.”
Su Internet, ormai spopolano siti e profili facebook di magistrati, avvocati, giornalisti, professionisti, sportivi, studenti, casalinghe, gente comune : a chi potrebbe nuocere un arbitro o, nel mio caso, pseudo tale?
Per tali ragioni, credo che soprattutto gli arbitri più giovani (che ogni giorni mi scrivono) possano stare tranquilli.
Attenendosi alle regole, vi dico: non temete di esercitare quel diritto previsto dalla nostra Costituzione, dunque non rinunciate alla vostra libertà e alla vostra dignità.
Gianluca
Un grazie agli amici di “Facebook”: andiamo avanti

In poche settimane siete diventati tanti. Il “contatore” degli amici ha ormai superato quota 2mila e 500.
Ragazzi, vi debbo dire che è davvero emozionante vedere tanta gente che ti è vicino e ti manifesta tutta la sua solidarietà.
Permettetemi di ringraziare anche quei “temerari” che attraverso il mondo di FB si sono fatti promotori di una petizione virtuale per farmi tornare in campo ad arbitrare. Mi riferisco al gruppo “A.A.A. PAPARESTA TORNI AD ARBITRARE IN SERIE A” guidato da Miki Armenise che ho avuto il piacere di conoscere dopo questa sua iniziativa sul web e che ancora oggi ringrazio.
Tornare in campo era e resta il mio sogno. E credo che, purtroppo, tale resterà anche se ancora oggi nessuno ha risposto alla mia domanda “Perchè?”. Ma vi garantisco che, proprio facendo tesoro delle vostre “spinte”, non mi arrenderò. Anzi, vi comunico che in queste ore ho notificato un nuovo ricorso al Tribunale Nazionale di Arbitrato per lo Sport del Coni per cercare di alzare un velo di verità sulla mia vicenda.
Io proseguirò la mia battaglia grazie a un gruppo – stavolta più ristretto – di amici che non mi mollano un minuto e con i quali condivido molte ore della mia giornata. Sono persone come voi che mi spingono ogni momento ad andare avanti e, soprattutto, a darmi quella carica e quell’orgoglio che mi ha sempre permesso di camminare a testa alta.
Per questo, la mia guerra di principio andrà avanti fino a quando qualcuno non avrà il coraggio di dirmi chiaramente “Non ti vogliamo perchè…”. Senza ricorrere a stratagemmi. In fondo è solo questo quello che chiedo. E fino a quel momento, vi garantisco, non mi arrenderò.
Per tale ragione, vi ringrazio tutti e vi prego di scusarmi se non rispondo ai numerosi e affettuosi vostri messaggi che, comunque, leggo con attenzione. E conservo nell’hard disk più grande che ha ogni essere umano: il proprio cuore.
Un abbraccio a tutti.
Gianluca
“… Questa è una giustizia sui generis…”
In queste ore si parla tanto di giustizia nel mondo del calcio…
Corrado Sannucci su “la Repubblica” di oggi, pag. 53, chiude un suo articolo così:
“…. E il calcio italiano va avanti con questa giustizia di fantasia accomodata”.
Dai microfoni del TG3, domenica e lunedì scorsi, Olivero Beha, richiamando il mio intervento nella trasmissione “Quelli che il calcio…”, ed in particolare la “rivelazione” di una telefonata tra un, allora come oggi, alto dirigente della Figc e Moggi in cui si fa riferimento alla circostanza che “ci vuole gente funzionale al sistema” o che quella sportiva “è una giustizia sui generis”, ha insistito sulla necessità di sapere l’identità dell’alto dirigente federale nonché di conoscere il contenuto della conversazione.
Sulla tema giustizia sportiva, non volendo oggi affrontare il caso Mannini – Possanzini, che meriterà un ampia ed approfondita trattazione, rimando ad un prossimo intervento.
Chiedendomi, però, se anche Sannucci fosse a conoscenza di questa telefonata e se ad essa si fosse ispirato nel concludere il suo pezzo, mi permetto di esprimere solo alcune osservazioni.
La prima è che la “rivelazione” sulla telefonata, tale non è visto che quella conversazione fa parte del faldone di Calciopoli (pag. 00149-00150) messo a disposizione dalla stessa Procura Federale, non solo per tutti i soggetti toccati dalle vicende, ma anche per tutti i media, che avendo liberamente accesso agli atti, hanno pubblicato anche conversazioni private che nulla avevano a che fare con l’indagine. Se niente è mai stato pubblicato in merito alla telefonata Progr. 1127 del 23/08/2004- Procura della Repubblica di Torino – , evidentemente questo è dovuto solo alla circostanza che essa, insieme ad altre di cui in futuro si darà conto, non è stata ritenuta significativa…
La seconda è che non era, ne lo è, assolutamente mia intenzione formulare accuse nei confronti di nessuno, ma solo ribadire, o meglio dimostrare – citando il contenuto di quella telefonata – quale sia lo scenario, anzi quale sia quel “sistema” cui, secondo quell’alto dirigente federale, si dovrebbe essere funzionali.
Terzo e ultimo aspetto: fatta eccezione per il Dr. Beha , nessuno pare si sia chiesto nulla in merito a quella telefonata…, ma questa sicuramente è una casualità…
Ad ogni buon conto, viste le sollecitazioni giunte anche attraverso il blog, di seguito riporto la trascrizione integrale della conversazione cui mi riferivo. Naturalmente, per quanto ho appena scritto, non rivelerò il nome dell’ALTO DIRIGENTE FEDERALE, peraltro, come detto, già noto sia alla Procura Federale che a tutti gli “addetti ai lavori”…
Per capire meglio il contesto si evidenzia che questa telefonata segue di pochi giorni le richieste di pena per il c.d. calcio scommesse formulate dall’ex Procuratore Federale Frascione il 20 agosto 2004.
Telefonata Progr. 1127 del 23/08/2004- Procura della Repubblica di Torino – Pag. 00149 e 00150
Uomo: si pronto?
MOGGI: ——— (nome Alto Dirigenti Federale)?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: Direttore come stai?
MOGGI: io sto bene e tu?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh insomma mi difendo
MOGGI: qui bisogna sempre difendersi
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh ma io mi difendo io c’ho troppi cazzi eh eh
MOGGI: senti un po’ ho sentito il tuo messaggio in segreteria
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: mi puoi fare sta gentilezza o no?
MOGGI: ma scherzi o fai davvero?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: xchè quello stà lì da quelle parti e mi sta scass
MOGGI: digli che venga da noi in albergo, che peraltro non ti so neppure dì, ma basta che chiedano
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: bè chiedo alla tua segretaria
MOGGI: in segreteria lì poi
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: bè gli dico di affacciarsi lì nel pomeriggio
MOGGI: che mi venga a cercare a me
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: bè ti ringrazio assai
MOGGI: come va lì ——— (nome Alto Dirigenti Federale)?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: ma abbastanza bene, abbastanza abbiamo un pò di casino
MOGGI: ma questa affare qua ma Frascione ma è matto
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si ma poi ha fatto una figura veramente guarda, ma se noi non ci rendiamo conto Luciano che noi dobbiamo mettere in certi posti
MOGGI: ma questo è da rinchiudere in manicomio
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: dobbiamo mettere in certi posti delle persone intelligenti, ma intelligenti, ma intelligenti veramente che abbiamo il senso della misura e capiscono i problemi, non che fanno gli spadaccini i d’Artagnan dei miei coglioni, che se nò ci facciamo male da soli
MOGGI: ma questo qua meno sa e xchè se no
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh lo so, però bisogna provvedere xchè noi c’abbiamo i nemici in casa, gli indiani stanno in casa hai capito? Eh xchè diventa difficile tu già c’iai gli indiani fuori, ce li hai pure in cassa eh diventa
MOGGI: eh no è una cosa incredibile, questo gli squilibri li ha avuti mica solo ora eh!
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si si eh
MOGGI: e da tanto tempo che
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: bisogna mettere della gente funzionale al progetto, al sistema, non dei pazzi giustizialisti se no veramente diventiamo, e perché poi è difficile andare a discutere con questi eh, non ti credere che questo lo chiami e gli dici fai così eh eh eh
MOGGI: no ma c’è da pigliarlo per il colletto e mandarlo via
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: no o lui ce l’ha dentro questa cosa che deve capire che lui è uno di noi, funzionale al sistema, a salvaguardare la faccia per carità nel rispetto delle autonomie, ma senza fare d’Artagnan, se no veramente diventa complicato
MOGGI: ma secondo te sarà da anche perché io l’ho seguito poco questo, a parte, pronto?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si ti sento
MOGGI: a parte mi sembra una grande stronzata, detto tra me e te di due squilibrati, come ce ne son tanti, che parlano di cose
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si infatti
MOGGI: oppure di quello che dicono, a parte quello, coinvolgendo persone, io per esempio sarò matto, conosco il Presidente del Modena vagamente,
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si!
MOGGI: ma se lo dovessi senti e e citare come il Grande Capo, come dicono loro
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: ma il grande vecchio
MOGGI: non c’ià, non c’ià neppure il fisico
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: (risate) no si ma mi sembra proprio un brav’uomo, proprio un brav’uomo
MOGGI: ma guarda che non è neppure tagliato, ma guarda che una persona se, si vede subito
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si! Certo se è capace di fare certe cose, certo certo
MOGGI: ma ti rendi conto, pensare che questo qui ha scritto una lettera, “non vorrei fare la figura di Tortora”, poverino! Poi c’ià pure tessere è iscritto a tutte le società di calcio
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: si si è vero (risate) fa tristezza, fa poveraccio dai
MOGGI: poi ti trovi un imbecille come Frascione che bòm, 9 punti al Chievo, ma poi 9 punti al Chievo, da scontare nel campionato passato che poi tanto non retrocede no?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: certo, ma anche a Modena quando gli hanno chiesto: “ma scusi mi faccia capire che, in che serie secondo lei dovrebbe retrocedere il Modena” dice: “fate voi”, ma che fate voi? (risate) ma che stiamo alle barzellette
MOGGI: ma dai, ma qui Franco deve prendere, deve prendere
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh ma infatti infatti deve
MOGGI: io glil’ho detto, mettici le mani un po’ se nò diventa un casino eh?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh in fatti, infatti, bisogna mettere gente funzionale al sistema che capisca il senso qui dello stato, dello stato sportivo, non gente che và per cazzi suoi eh e che oltretutto non ci capisce un cazzo Luciano
MOGGI: no questo qui è proprio zero
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh il problema è questo che non ci capisce un cazzo hai capito?
MOGGI: io mi sono trovato in tante circostanze, notato cose che in pratica fanno capire che lui, col pallone non sa
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: sta lì no ma non sa di che parla, non ha la Sensibilità proprio di capire certi problemi, questa è una giustizia sui generis la nostra, e se nò ci mettiamo in mano all’opinione pubblica e cosa facciamo ci sfasci, ci buttiamo la merda in faccia da soli, eh amico! Già c’è qualcuno che cerca di buttar , poi ce la buttiamo da soli, eh diventa faticoso
MOGGI: si va bene ——— (nome Alto Dirigenti Federale)?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: eh allora gli dico di passare dal tuo albergo
MOGGI: digli qual è l’albergo che poi me ne vado io va bene?
ALTO DIRIGENTE FEDERALE: ti ringrazio, sono due, ti ringrazio ciao ciao ciao
MOGGI: ciao ciao
“Perchè?”

Riporto di seguito un comunicato dell’Italpress diffuso dopo la mia testimonianza resa oggi alla trasmissione “Quelli che il calcio”. In queste righe è riassunta la mia storia. Non aggiungo commenti.
MILANO (ITALPRESS) – Estromesso dal suo mondo senza un perchè. Gianluca Paparesta non si dà pace. Coinvolto e poi uscito senza macchia dallo scandalo di calciopoli, l’ex direttore di gara ha provato in tutti i modi a tornare in campo per fare quello che aveva sempre fatto, arbitrare. Una battaglia che ha proseguito anche quando, la scorsa estate, l’Aia l’aveva dismesso per motivi tecnici, una spiegazione per lui inaccettabile, al punto da pensare, come ha scritto nel suo blog, di essere stato «fatto fuori dal sistema». Una sensazione che ha avuto «rileggendo determinate conversazioni negli atti contenuti nel fascicolo legato a calciopoli – racconta oggi, ospite di ‘Quelli che il calciò – Ho chiesto al procuratore federale Palazzi un’audizione perchè mi sono imbattuto in una conversazione telefonica in cui un allora altissimo dirigente federale e Moggi, parlando della giustizia all’interno del mondo dello sport, dicevano che chi non era funzionale al sistema dava fastidio e ho rivisto in questa conversazione quello che è toccato a me». Paparesta ripercorre la sua vicenda, tutti i procedimenti di cui è stato oggetto e dove è sempre riuscito «a dimostrare la mia estraneità. Dopo averlo fatto ero pronto a rientrare ma l’allora presidente dell’Aia Gussoni e il designatore Collina mi dissero di aspettare ormai la fine dello scorso campionato per riprendere ad arbitrare nel nuovo». Ma le cose non sono andate così. «A fine giugno hanno deciso di mandarmi via per motivi tecnici» ma le motivazioni, spiega l’ex direttore di gara, sono arrivate dal Comitato nazionale dell’Aia e non, come previsto, dal designatore Collina.
«Tutti i gradi della giustizia amministrativa mi hanno dato ragione – insiste Paparesta – mancava il parere del designatore, che poi è arrivato: non avendo arbitrato per un anno non potevo più arbitrare. Eppure Collina, davanti ad altre persone tra cui lo stesso Gussoni, mi disse quando ci eravamo incontrati che mai e poi mai avrebbe espresso un giudizio tecnicamente negativo sulla mia posizione».
Paparesta, insomma, non l’accetta. «L’anomalia è che chi è ancora a giudizio oggi arbitra regolarmente, mentre chi ha dimostrato la propria estraneità non arbitra – prosegue – Non vorrei che pesasse il fatto che sono testimone d’accusa per il processo di Napoli». L’ex arbitro spiega poi di non parlare di sistema, quanto piuttosto di «intrecci, di relazioni tra persone appartenenti a questo mondo. La mia battaglia è questa: cercare di capire chi e perchè non mi fa rientrare. Nomi? Se li sapessi già li avrei denunciati. Se sto facendo questa battaglia è perchè credo sia necessario fare luce su determinate cose e perchè quello che mi manca di più, oltre al campo, è il fatto che mio figlio, appassionato di calcio, non possa vedere suo papà che era in campo e meritava di esserci. Io non ho mai accusato nessuno, ho solo cercato di dimostrare la mia estraneità, dopo che ho risolto tutto, e ci ho messo parecchio tempo, ero pronto a tornare e lo sono tutt’ora, volessero provarmi anche per una sola partita…». Paparesta torna poi a parlare del famoso Reggina-Juventus del novembre 2004 in cui finì chiuso negli spogliatoi, o così comunque raccontò Moggi.
«In effetti ci sono stati episodi molto contestati in quella partita – racconta Paparesta – Non avevo visto un rigore evidente a favore della Juve e avevo annullato loro il gol del pareggio all’ultimo secondo per fuorigioco. Si è scatenato così il putiferio, come avviene in tutte le partite, alcuni dirigenti della Juve hanno avuto accesso negli spogliatoi e si sono lamentati in maniera forte e dura nei miei confronti. Ma da qui a dire che sono stato rinchiuso negli spogliatoi… Non è mai successo – evidenzia l’ex arbitro – Lì ci sono i responsabili delle forze dell’ordine, gli ispettori dell’Ufficio indagini della Federazione, gli ispettori di Lega, possibile che nessuno abbia sentito che l’arbitro era stato rinchiuso negli spogliatoi e che abbiano dovuto buttare giù la porta come raccontava Moggi?». Eppure il direttore di gara, qualche giorno dopo, telefonò all’allora direttore generale della Juventus. «Avevo visto partire una campagna mediatica abbastanza forte per escludermi dal mondo arbitrale – spiega – e sapevo il potere che aveva quella persona. Io non gli ho mai chiesto scusa, in campo ho sempre mantenuto l’assoluta indipendenza e sfido chiunque a dimostrare il contrario, ma ho cercato di abbassare i toni, sicuramente sbagliando, perchè non volevo vedere la mia carriera compromessa».
Le due telefonate, finite agli atti, con Moggi furono fatte con le ormai celebri schede svizzere ma Paparesta ci tiene a precisare che quelle sim «appartenevano a mio padre, è stato dimostrato. Io non ho mai utilizzato quelle schede e lo dimostra il fatto che siano state usate mentre io arbitravo o ero all’estero. Erano state date a mio padre per motivi che lui stesso spiegherà durante il processo di Napoli ma io non ne sapevo nulla, nemmeno la provenienza, e questo lo ha verificato la magistratura». E tra l’altro fu il padre Romeo a chiamare Moggi dopo il caos per Reggina-Juve, facendolo parlare col figlio «perchè venisse eliminato quel clima di ostilità che puntava a escludermi dal mondo arbitrale». Chiusura sul neo presidente dell’Aia, Marcello Nicchi. «Gli faccio i miei auguri – conclude Paparesta – E’ una persona indipendente, cristallina. Spero che possa aprire a ciò che può portare giovamento alla direzione di gara. Io tornare ad arbitrare? Mi piacerebbe, ma se non mi vogliono non posso farlo».
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